Teroldego, nel dono di un amico

20160924_123652.jpgNon so se questa etichetta si possa reperire facilmente in giro. Io l’ho ricevuta da una grande persona, di quelli che quando ti siedi al tavolo anche fosse la prima volta si aprono a un confronto onesto e sincero. E’ Fausto Peratoner, enologo di lungo corso ed ora deus ex machina, insieme alla moglie Cinzia, del loro Maso Grener, in quell’angolo di paradiso che è Pressano di Lavis.

Questo vino lo produce un suo amico, e dal nome posso immaginare che le vigne non siano propriamente nella piana rotaliana, quanto più su un pendio, a fianco del Maso della Quercia. Teroldego 2013, ad opera di Gottardi. Ci si perde nel suo colore buio, che sembra spremuta di mirtillo. Ma ci si ritrova nei suoi profumi vivi e pulsanti, di frutti di bosco schiacciati, scorza di pompelmo rosa, melograno maturo, sottobosco e muschio, e un tono speziato di cannella che torna veemente al palato. Quando fai scorrere il sorso è esplosione di sapore. Frutti rossi e neri in quantità, quella cannella quasi piccante, con la punta del tannino che anima i lati della bocca, l’acidità di frutta fresca lo fa scorrere goloso e saporito. Bel finale lungo, di frutto e spezia fine, una passeggiata nei boschi mangiando bacche, un respiro fresco e balsamico di montagna trentina.

E il pensiero va a ringraziare Fausto, per l’opportunità di questa bevuta. Ci siamo scambiati opinioni in poche occasioni, ma lo considero già come un amico, perché solo un amico può farti un regalo così bello. Un amico trovato grazie al vino, che pure coi suoi vini mi sorprende sempre. Ogni volta mi approccio alle sue bottiglie curioso e ne traggo sempre sorprendenti conferme. Fa un Pinot Nero tra i più interessanti d’Italia a mio avviso, e con le uve bianche va alla grande. Rara gioia provare la sua Nosiola, fresca declinazione in bianco del suo territorio.

Il vino è piacere liquido da assaporare, ma si porta dietro anche tante storie, connessioni, conoscenze, cultura, umanità. Per questo ci piace.

Champagne, godimento ed emozione

20160923_002307.jpgStavolta non voglio tornare sulle nozioni, le date, i nomi, i territori. Lo Champagne è emozione, godimento, è anche staccare la testa ed assaporare il sorso, il profumo del calice prima scoppiettante di bollicine e poi vuoto ma permeato di umori.

Questo e altre cose che resteranno personali mi porto a casa dall’ennesima degustazione con Francesco Falcone al Quartopiano Suite Restaurant di Rimini. Perché l’ennesima? Non solo per l’amicizia che ci lega, ma perché in queste occasioni usciamo sempre tutti arricchiti gli uni dagli altri, troviamo nuove consapevolezze, scardiniamo luoghi comuni e certezze, ed affiniamo i nostri sensi, oltre che comprendere il nostro gusto. Ed in più al Quartopiano si mangia sempre divinamente.

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Ma andiamo al protagonista della serata: lo Champagne, senza schemi precostituiti, a briglie sciolte come piace a Francesco, tra suggestioni, confronti, analisi. Qui le mie impressioni, per certo diverse da quelle del Falco, talvolta con parecchi punti di contatto, in ogni caso personali, come deve essere il rapporto col vino, unico e solo nostro. Il confronto, l’apertura mentale, la serenità, ci permettono di condividerlo con chi ci troviamo affianco.

Ecco i protagonisti, serviti alla cieca, in ordine di apparizione.

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Fatti Vinosi: Falco on the road in A.A. parte IV

img-20160914-wa0008.jpgimg-20160914-wa0006.jpgRapida premessa conclusiva in 10 punti.

In attesa di concludere le ormai abituali ricognizioni in Alto Adige per il mio seminario riminese in programma entro novembre al Quartopiano Suite Restaurant, mi piace focalizzare la vostra attenzione su alcuni punti, prima di chiudere con gli appunti delle ultime visite (in coda all’articolo).

  1.  Le montagne spettacolari ricamano il paesaggio e purificano il cielo, luce e calore si danno del “tu”, i paesi sono curati, i vigneti ordinati, i terreni pietrosi. L’Alto Adige è una meravigliosa terra del vino. Andateci, frequentatela, godetevela. In qualsiasi stagione.
  2. In Alto Adige si beve mediamente benissimo. E si spende il giusto. Difficile ottenere di meglio soprattutto sul versante bianchista. Cresce a ritmi sostenuti la qualità del Pinot Noir (ma dimenticatevi la Borgogna). Le migliori Schiava, “chiaretti” naturali dalla beva compulsiva, andrebbero rivalutate definitivamente.
  3. In Alto Adige uomini e donne di cantina e di campagna sfoggiano una preparazione ammirevole, come ben più raramente accade altrove. Questa è gente che ha studiato, girato l’Europa, assaggiato bottiglie importanti. E non li prendi in castagna.
  4. Quegli stessi uomini e quelle stesse donne, possiedono tuttavia un solido materialismo nel sangue, come un estratto di Speckknödel, e questo lato del loro carattere si traduce (non sempre, ma spesso) in progetti fin troppo razionali. Forse, ogni tanto, un poco di geniale improvvisazione farebbe bene alla salute del vino altoatesino.
  5. E va bene che l’organizzazione deve sempre prevalere sull’approssimazione, altrimenti si fatica a raggiungere obiettivi concreti, ma occorre rammentare che tutte le migliori organizzazioni possono fallire. E in moltissimi modi: perché di solito uno dei loro tanti meccanismi interni, uno qualunque, perfino quello apparentemente più solido, si inceppa, facendo franare tutta la struttura. Si può prevedere tutto, ogni singola manovra, ogni dato parziale, ogni più insignificante grado di cambiamento, eppure il cortocircuito non si può mai escludere. Mai.
  6. A tal proposito, non ho amato le prime uscite di quei vini, soprattutto bianchi, chiamati “gran selezioni”, presenti a tirature molto limitate e a prezzi altissimi nei listini di molte cooperative. In queste bottiglie la razionalità sudtirolese aggiunte il suo zenit e va in fuorigioco: le premure prevalgono sulle minuzie, schemi e protocolli prevalgono sulla spontaneità.
  7. Qualche volta negli enologi altoatesini, come detto bravissimi, la voglia di dimostrare la propria bravura surclassa o trasfigura le effettive esigenze di vitigni e terroir, generando dunque liquidi irreprensibili nella cura, lussuosi nella confezione, ma in debito di spontaneità.
  8. Forse la mentalità del comparto altoatesino è più commerciale, più mercantile che non territoriale. Forse i winemaker altoatesini sono ormai più collaudati ad assemblare che non a isolare le singole personalità del territorio. Sara davvero così?
  9. Mi domando se non sarebbe ben più lungimirante per il futuro della regione creare delle selezioni di terroir specifici, piuttosto che selezioni grandi (o grosse?) che rischiano di apparire apolidi, fuori tempo massimo, senza benefici effettivi per l’intero sistema.
  10. Allora, e chiudo, perché non inserire nel sistema un briciolo in più di spontaneità, appena un po’ di leggerezza, per provare a intercettare quei tanti appassionati, spesso i più smaliziati, che considerano i vini regionali incapaci di spiazzare, scuotere, emozionare? Basterebbe poco, in fondo. O forse troppo, chissà.

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Bevimi: Le Cince 2015 De Fermo

20160909_130707.jpgSe c’è un Cerasuolo del cuore questa volta posso sbilanciarmi e dichiarare il mio amore spassionato per Le Cince di De Fermo, alias Stefano Papetti, l’avvocato di Bologna trapiantato tra le vigne di Loreto Aprutino. Lì mette tanta attenzione in campagna con un’agricoltura libera da sostanze di sintesi, solo rispetto e ascolto della natura, preparati biodinamici quando e quanto basta. In cantina pratiche semplici, arcaiche, quasi elementari, per lasciare sviluppare il vino senza paura dell’aria, fino a trasformarlo in materia vibrante e viva.

Se volete sapere cosa può offrire il Le Cince 2015 provo a dirvi una parte di quel che ho avvertito:  si parte dai fiori di camomilla e si arriva al melograno, ancora fiori, ma rossi di ibisco, quindi more e biscotto all’orzo, con un ricordo di cereali che canta l’anima di Loreto Aprutino. Se riuscite a non finirvi la bottiglia subito, il giorno dopo è ancora più buono, cambia forma, il frutto diventa più scuro e più dolce, tra mora di rovo e ciliegia, e si spostano gli accenti tra le spezie leggere ed i fiori. Il sorso è elettrico in bocca, guizza di acidità, riempie con polpa senza mai allargarsi troppo, generoso e pieno ma slanciato. Chiusura di succosa sapidità. Vabbè ma che cavolo devo raccontarvi? Bevetevelo!

Se vi offro un calice di questo vino, sappiate che siete persone a cui voglio bene, se ve ne regalo una bottiglia significa amicizia profonda, e non certo per il suo costo, assolutamente abbordabile (tra i 15 ed i 20€ in enoteca) ma per il valore emozionale, la bontà, l’energia e l’empatia che scatena questo vino. Cercatelo, e mi ringrazierete.

Fatti Vinosi: Crepe senza crepe

img-20160917-wa0006.jpgC’è chi ama le passioni più focose e chi la serenità familiare, chi non può fare a meno delle più violente commozioni e chi del più pacato understatement, chi sguazza nell’irrequietezza e chi nella tranquillità, chi apprezza il melodramma stilizzato e chi l’Aida con il soprano dal seno prosperoso: e via così all’infinito.
Io per natura sarei portato a parteggiare per gli eccessi, ad accettare le sfide forti, a cogliere le occasioni straordinarie, a farmi rapire dalle cose, dalle persone, dagli amori e naturalmente dai vini fuori dal coro, sopra le righe, come se non ci fosse un domani.

Il tempo però cambia anche gli uomini e le donne più testardi, o almeno ci prova: personalmente non mi sono ancora riconvertito nella vita, non mi faccio persuaso della normalità nei rapporti personali e nei sentimenti, e invece nel vino ho cominciato ad assaporare che in fondo la saggezza è infinitamente più attraente dell’ottusità, che un bianco e un rosso quotidiani possono lasciare il segno come e forse più di alcune rare bottiglie d’autore.

img-20160917-wa0005.jpgEd è così, che durante la prima domenica piovosa da molti mesi a questa parte, a zonzo con i miei due maschietti, facendo un salto fuoriporta nella silente campagna romagnola di Marzeno, fra Brisighella e Faenza, mi lascio rapire, letteralmente, dalla bontà di un semplice Sangiovese d’annata.
Lo producono Camillo e Giacomo Montanari, in etichetta Ca’ di Sopra, due ragazzoni a modo e sulla quarantina (chi più, chi meno) che da sempre fanno il loro dovere di bravi viticoltori, e che da una decina d’anni vanno imbottigliando le uve più belle della loro tenuta, migliorando con costanza una produzione che oggi merita di essere presa in seria considerazione dagli appassionati.

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Fatti vinosi: facce da Centesimino

img-20160914-wa0008.jpgimg-20160916-wa0032.jpgÈ un bel periodo professionale per me, perché come direbbe un mio caro amico veronese, <<fàsso quel càsso che me par>>. E tra le cose che più mi piace fare è mettere il mio nasone curioso in argomenti poco o affatto dibattuti e anzi piuttosto dimenticati.

Prendete una varietà sconosciuta e dal nome buffo: Centesimino. E immaginatela con le spalle spioventi e l’addome che tende a dilatarsi in modo generoso (soprattutto nelle annate calde).

img-20160916-wa0030.jpgEcco: il risultato è un vino all’apparenza fuori dal tempo. E invece no. Sulle prime un poco grassoccio e tutt’altro che atletico, possiede per contro così tante scorte di frutto ed è così “carnosamente” aromatico, da compensare i suoi limiti di portamento.

Per alcuni osservatori il vitigno ha soprattutto vocazione per l‘appassimento, ma non sono d’accordo: le versioni “secche” più avvedute gli sottraggono una parte della sua naturale ipertrofia varietale conducendolo su strade più gastronomiche: le mie preferite.

Un altro luogo comune lo vuole buono solo in gioventù, perché incapace di emanciparsi nel tempo, e anche qui suggerisco agli appassionati una lettura più attenta.
A tal proposito, mettetevi sulle tracce del Centesimino 2013 di Claudio e Rita Ancarani, del Traicolli 2011 di Sandro Morini (Poderi Morini), del Centesimino 2010 di Mauro Altini (La Sabbiona), dell’Arcolaio 2004 di Leone Conti.
E capirete che il mio supplemento d’indagine ha motivazioni reali: ogni tanto fa bene mettere in fuorigioco gli stereotipi.

Falco.

PS: a breve un esteso supplemento d’indagine sul Centesimino e la sua terra d’elezione, ovvero Oriolo dei Fichi, uscirà, sempre a firma Francesco Falcone, su winesurf.it

img-20160916-wa0027.jpgimg-20160916-wa0007.jpg img-20160916-wa0008.jpg img-20160916-wa0010.jpg img-20160916-wa0011.jpg img-20160916-wa0012.jpg img-20160916-wa0013.jpg img-20160916-wa0014.jpg img-20160916-wa0015.jpg img-20160916-wa0028.jpg

Fatti Vinosi: Falco on the road in A.A. Parte III

img-20160914-wa0008.jpgTerza giornata sulle strade del vino dell’Alto Adige per il Falco, e tanti nuovi golosi appunti!

Oggi Francesco apre con una dedica speciale: “A Federico, Ginevra, Martina, Pietro e Tommaso, cuccioli di uomini e di donne che amo. Buon primo giorno di scuola”

In questa puntata:

  • Cantina di Merano – Burggräfler
  • Franz Gojer
  • Cantina San Michele Appiano
  • Falkenstein
  • Castel Juval-Unterortl


img-20160914-wa0013.jpgimg-20160914-wa0015.jpgPrima tappa: Cantina di Merano – Burggräfler

Il Burgranviato, distretto viticolo che orbita intorno alla città di Merano, conta 330 ettari vitati per più di due terzi nelle mani della locale cantina sociale, diretta con ambizione dall’enologo Stefan Kapfinger.
Culla storica della Schiava più fruttata e nervosa (laddove quella di Caldaro è in genere più minerale e salina, e quella di Santa Maddalena più cupa e longeva), la zona del meranese è ancora oggi fortemente vocata alla tanto bistrattata varietà altoatesina (la cooperativa le dedica il 35% della propria produzione, con numeri ben al di sopra dell’attuale media regionale) e sarebbe prezioso – per l’intero comparto – che questa configurazione produttiva non mutasse nei prossimi anni.
Non è un caso se il vino che più ho amato dell’intera gamma è l’Alto Adige Meraner Schikenburg Graf Von Meran 2015. Proprio buono.

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