Champagne Blanc de blancs, tante sfumature di Chardonnay

tappoIn tanti si accalcano a parlare di Champagne, argomento sempre di richiamo per tutti gli amanti del vino, perché al di là dei miti, del marketing, della storia, delle mode, lo Champagne porta con sé un bagaglio culturale e tecnico che forse nessun altra tipologia di vino può condividere. Non è questa la sede in cui racconterò nuovamente delle tecniche di realizzazione, questa volta racconto di una degustazione organizzata dall’amico Francesco Falcone aka Il Falco, con focus su un’unica tipologia, volta ad esaltare le doti del vitigno bianco per eccellenza della Champagne, lo Chardonnay. Parliamo quindi di Blanc de Blancs, ottenuti come dice il nome solo da uve bianche, e nella fattispecie chardonnay, anche se ne esistono rare versioni da vitigni minori (arbanne, petit meslier, fromenteau, pinot blanc).

Lo Chardonnay è originario dell’omonimo comune nel Maconnais, zona meridionale della Borgogna. Nel mondoè ormai un vitigno ubiquitario, considerato un’assicurazione in termini di coltivabilità, produttività, e non ultimo qualità del vino, perché facilmente si adatta al territorio e ne trae facilmente espressioni nitide. Proprio questa è stata la chiave di lettura della serata, che ha messo in evidenza come, al di là degli stili dei produttori, la matrice del vino trovava corrispondenza nei caratteri del territorio di origine.

In Champagne lo chardonnay trova grande diffusione, con circa un terzo della superficie a lui dedicata, e lo si trova maggiormente in Cote de Blancs, specie su terreni con componente gessosa ricca affiorante, anche se in realtà solo il 30 percento dei vigneti è piantato su terreni gessosi.

Lo chardonnay è noto per la sua buona produttività, discreta resistenza alle malattie, buona adattabilità all’habitat, ma mantiene alcuni limiti, specie nel germogliamento precoce, che lo rende particolarmente sensibile alle gelate, particolarmente frequenti al nord e spesso disastrose (come nella scorsa primavera). Anche per questo motivo in Champagne si utilizza la potatura Chablis, una sorta di Guyot modificato, che mantiene due tralci con 5 gemme, proprio per ovviare a problemi di gelate o grandine e mantenere un più alto potenziale produttivo nella fase iniziale, per poi eventualmente selezionare in seguito.

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Riesling, appunti e spunti di una serata

20160704_230446.jpgIl Riesling offre sempre spunti di riflessione e bevute di grande potenziale sensoriale, anche perché la sua duttilità permette di giocare con i gradi zuccherini e con le vendemmie più o meno ritardate, con o senza attacchi di muffa nobile. La bellezza principale del riesling rimane forse nell’equilibrio sottile che spesso si incontra tra parte acida e dolcezze, tra impatto minerale e grassezza. Una serata organizzata dall’amico Dino Dalfiume presso il suo Costa Cafè a Ravenna mi ha dato l’occasione per confrontarmi ancora su questi vini, accostando esempi di Alsazia, Austria e Germania, con l’intrusione di un Gruner Veltliner a movimentare i giochi.

Appunti rapidi e impressioni di questa bevuta estiva:

20160704_230613.jpg1. Zellenberg Marc – Riesling Tempè 2013 (Alsazia). Agrume netto di lime, e fiori freschi di rosa, poi arrivano ricordi da muffa nobile, come miele e zafferano. In bocca è vivo, con alcol percepibile, energia agrumata, finale sapido, con calore che scoda un po’, mentre al gusto dura abbastanza, sporcandosi appena con note caramellate e un tocco di amaro. 12,5% per la cronaca. 86

2. Martin Schaetzel – Riesling 2013 (Alsazia). Naso diretto, che più che idee di idrocarburi sapeva di gasolio, e insieme cipria e buccia di formaggio. Al palato è verticale, asciutto, con chiusura appena metallica. Ha acidità che lo stringe a centro bocca, e l’alcol, 12.5% come il precedente è forse più integrato, ma la soddisfazione di bocca resta inferiore. 84

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La Raia, dove il biodinamico è cortese, e viceversa

20160724_184820.jpgNon è di certo tra le denominazioni più di moda il Gavi, ma come sempre la nostra Italia vinicola permette di scoprire vini meritevoli in ogni angolo, anche qui dove l’uva regina è per tradizione il Cortese, che qui può fregiarsi della Docg Gavi appunto. Ad interpretarne le caratteristiche in maniera intrigante è La Raia, una realtà nata con l’idea della sostenibilità ambientale, ispirandosi alla gestione biodinamica di un vasto ambiente (180 ha di cui 42 vitati) dove a fianco dei vigneti ci sono pascoli, campi a seminativo, boschi ed allevamenti di animali, oltre che tante api e fauna selvatica.

Questo impegnativo progetto nacque nel 2003 per volere di Giorgio Rossi Cairo, e si è sviluppato realizzando al suo interno, tra le altre cose, una scuola Steineriana (ispirata ai principi del padre della biodinamica Rudolph Steiner). Si pone così come una realtà di largo respiro, con lo scopo di abbracciare appieno la cultura biodinamica, e nel suo contesto produrre vini competitivi e apprezzabili, peraltro attestati da Demeter.

Veniamo quindi alle bottiglie, partendo dal Gavi DOCG Riserva 2014, da uve cortese. Naso fresco, di cui ho apprezzato un netto evolvere nei giorni dopo l’apertura. Apriva con note di fiore di sambuco, miele di corbezzolo, buccia di pompelmo. Il giorno dopo spuntava un ricordo di conchiglia e di radice di liquirizia.
Il sorso entra cremoso, di stoffa soave ma subito si allarga sulla bocca con la sua acidità, e chiude salato e pieno, asciugando la bocca, e tornando su ricordi di agrume. Curioso il rimando aromatico alla fragolina di bosco che torna insistente, insieme a note di miele. Scopro che viene da uve raccolte tardivamente, ma lo si potrebbe intuire solo dalle sfumature mielose, perché al palato si mantiene più austero e asciutto, come a chiedere di essere lasciato a riposo ancora almeno un annetto in bottiglia, prima di concedersi maggiormente, candidandosi quindi a una positiva evoluzione. Di sicuro nella fisionomia di questa bottiglia molto fa l’annata 2014, problematica e fredda, che di certo avrà frenato la corsa della maturazione in vigna.

20160804_212944.jpgConferma dell’impronta netta delle annate (e vivaddio) viene dal Gavi DOCG 2015, versione più immediata, diretto al naso con ricordi fiori di tiglio e acacia e spunti di ananas fresco e mentuccia. Il sorso è rotondo, di bell’equilibrio, aggraziato nell’impatto e abbastanza lungo nel ricordo. Bevuta semplice, fresca e senza spigoli, con buon sale finale, caratteristica trovata anche nel Riserva, in maniera ancor più marcata. Bicchiere che non stanca e che si può tranquillamente accompagnare ad un’insalata di polpo, o a una fresca caprese. Anche in questo caso piacevole l’evolvere a bottiglia stappata, col distendersi su note di frutto giallo quasi maturo, arrivando a sfumature agrumate.

http://la-raia.it/vini-biodinamici/gavi-docg-vino-bianco-piemontese-biodinamico/?

La Romagna che vorrei, forse

20160712_234649.jpgPrendi la serata più calda dell’estate, in centro a Ravenna, con l’aria che si muove per le strade con la velocità di Thiago Motta, e dai quattro angoli della Romagna ecco radunarsi una quindicina di tenaci amanti del sangiovese: produttori, giornalisti, operatori, appassionati. Abbiamo scelto il giorno sbagliato forse, ma le bottiglie erano pronte e al fresco, per raccontarci qualcosa di cosa si è fatto e si sta facendo in Romagna negli ultimi anni, con uno sguardo che giungeva indietro fino ai primi anni ’80.

Spontanea da parte di tutti i presenti la stima e la gratitudine a Dino Dalfiume che ha radunato tante di queste bottiglie e ci ha coinvolti nel suo locale (Costacafè) per assaggiare e scambiarci idee ed opinioni sul Sangiovese in Romagna, affrontando alla cieca i calici, consci solo delle annate in gioco.

Da ogni batteria sono uscite considerazioni, e le discussioni si sono spesso infuocate, con un Filippo Apollinari scatenato nel perorare la causa del sangiovese più leggero e bevibile, di contro a tanti esempi robusti e legnosi che abbiamo incontrato. Il caldo aiutava a sostenere la causa, che peraltro appoggio, rendendo difficilmente apprezzabili alcuni dei “vinoni” proposti dalla nostra terra.

Tra i ragionamenti scaturiti provo a mettere a fuoco alcuni punti su cui trovo fondamentale ragionare, come spunto per il presente ed il futuro della nostra Romagna.

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La Romagna che fa storia

Produttori 2016 (4)Sabato scorso è andata in scena la quinta edizione dell’immissione dei vini nella Riserva Storica di Bertinoro, un posto che ambisce a diventare un vero riferimento per lo storico dei vini di Romagna, raccogliendo alcune delle sue migliori espressioni di Sangiovese e di Albana, selezionate dal curatore Giorgio Melandri (Gambero Rosso, ndr).

Si tratta di una piccola festa anticipata da una cena che mette a convivio i produttori e la stampa, e culmina poi nel rito popolare, con la folkloristica processione del carro carico di vini, dalla chiesa del paese fino alla piazza principale, davanti alla Colonna dell’Ospitalità. Da lì si procede a scaricare le casse di vino e trasportarle nella Riserva tramite una catena umana formata dai presenti, passandole di mano in mano.

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Bevimi: Selvabianca 2014

20160628_184919.jpgQuando incontro questi vini mi esplode la voglia di raccontarli. La rubrica Bevimi è nata proprio con l’intento di segnalare quei vini che colpiscono al cuore e rimangono accessibili a tutti. La denominazione, Vernaccia di San Gimignano, è una DOCG tra le prime a nascere e tra le ultime a venire ricordata, forse a causa di anni di vini diluiti che seguivano l’onda di Galestro e Co., perdendo l’identità ed il valore di un territorio e di un uva.

Ma i grandi interpreti ci sono ancora, e tra questi Il Colombaio di Santa Chiara è una ferma certezza. Il Selvabianca è la loro etichetta di ingresso, il primo a uscire sul mercato, la primavera successiva alla vendemmia, dopo un affinamento in solo acciaio. Ricordo ancora quanto mi impressionò questa 2014 oltre un anno fa. Era un’esplosione di frutto e fiori gialli, travolgente, viva, dinamica al palato con guizzi agrumati nel suo succo saporito.

Riaperto pochi giorni fa, con circa 15 mesi ulteriori di bottiglia sulle spalle, mostra tutto il suo potenziale, tramutandosi in un vino meno esuberante nei profumi, più “serio” e dritto, pur con ancora suadenti profumi, ora delineati di camomille, pesca e albicocche fresche, poi sceglie la strada dell’agrume di lime e pompelmo, con foglie di nepitella. La sensazione di mentuccia torna anche al palato, sapido, sferzato di acidità agrumata. Chiama al bicchiere, fresco, gustoso, lungo e insinua l’idea affatto balzana di poter riservare grandi sorprese anche con qualche anno di bottiglia.  Vino alla portata di tutti e capace di regalare grande gioia, al neofita come al più appassionato (distribuito da Teatro del Vino, e da chi se no?).

Bevimi: Dolcetto d’Alba Guido Porro

20160625_133327.jpgDalle vigne di Serralunga d’Alba non arriva solo Barolo dai tannini serrati e grande profondità. Ci sono anche vini oggi considerati minori, ma che fino a pochi decenni fa rappresentavano il vero fulcro della produzione viticola in Langa. Tra questi il dolcetto era tra i vini più diffusi, e rappresentava il vino quotidiano per i locali.

Ma voglio parlare di una bottiglia in particolare, il Dolcetto d’Alba 2013 di Guido Porro, che inquadra perfettamente territorio e vitigno. Sa di frutti di bosco freschi, humus, pesca noce e una sfumatura di erba sfalciata. Servito piuttosto fresco, forse sui 14-16°C, all’ombra di un bosco, si esalta nella sua funzione. Il bicchiere scorre succoso e pieno insieme, dissetante. Ha tannino finissimo e non certo di impatto, presente quanto basta, acidità da vendere che trascina una ricca polpa di frutti scuri. Può sembrare un vino semplice, ma ha bella lunghezza di gusto, sapidità e materia che ci ricordano che anche lui viene da Serralunga. Un pezzo di frittata, pecorino dolce, pane fresco e salsiccia stagionata, per un pic-nic all’ombra accompagnato da una bevuta corroborante.